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L’importanza del gioco nell’infanzia nei disturbi dello spettro autistico

Esiste un periodo della vita nel quale il gioco riveste una grande importanza: è l’età dello sviluppo. Giocare e saper giocare sono una competenza importante per via delle molteplici implicazioni che il gioco è in grado di generare. In questo articolo proviamo ad analizzare l’importanza del gioco sul piano sociale e le sue potenzialità educative nella prima infanzia, con un approfondimento specifico sui disturbi dello spettro autistico in questa fascia d’età.

Sommario

Giocare e saper giocare sono una competenza importante per via delle molteplici implicazioni che il gioco è in grado di generare, a qualsiasi età, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca storica.

Fra queste però, esiste un periodo della nostra vita nel quale il gioco riveste un’importanza maggiore: è l’età dello sviluppo e, ancor più precisamente, l’età dell’infanzia, che possiamo intendere fino ai 5 anni link articolo.
In questo articolo proviamo ad analizzare l’importanza del gioco sul piano sociale e le sue potenzialità educative nella prima infanzia, con un approfondimento specifico sui disturbi dello spettro autistico in questa fascia d’età.

Aggiungiamo una doverosa precisazione iniziale: in tutto l’articolo, con il "gioco" ci riferiamo a giochi con oggetti e giochi con regole, escludendo video giochi o giochi di ruolo online.

Perché è importante giocare nell’età dello sviluppo

Siamo le persone che siamo, da un punto di vista sociale, relazionale, emotivo, organico e motorio, anche grazie al gioco. Fin dalle origini dell’umanità, il gioco ha assunto significati rilevanti a qualsiasi latitudine, in ogni cultura e a ogni età. Non solo sul piano religioso e culturale, ma soprattutto su quello biologico, corporeo e motorio, influenzando funzioni fondamentali come quelle cognitive, affettive, emotive e sociali.

Durante l’età dello sviluppo, e in particolare nell’infanzia e nella fanciullezza (vedi articolo correlato), il gioco riveste un ruolo ancora più centrale. Lo confermano numerosi studi nell’ambito della psicologia dello sviluppo, che mettono in luce il contributo del gioco allo sviluppo personale, al benessere psico-fisico ed emotivo, nonché al potenziale educativo del movimento. L’importanza del gioco è stata sottolineata da molti studiosi: esso favorisce lo sviluppo armonico di tutte le aree della personalità del bambino, tanto da essere considerato un vero e proprio fattore di prevenzione primaria.

In questa immagine si elencano le principali aree di impatto del gioco

Alcuni ricercatori sostengono addirittura che «un alto impegno ludico in età evolutiva potrebbe corrispondere a un elevato livello di benessere e salute nell’età adulta».

Tra i contributi teorici più rilevanti spiccano quelli di Jean Piaget e Lev Vygotsky, che insieme ad altri autori, hanno dato valore al gioco come leva dello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale.

Il gioco è un’espressione spontanea e tipica dell’infanzia: basta osservare per accorgersi che ogni bambino tende a giocare in modo naturale, guidato da una motivazione interna, spesso senza alcun bisogno di sollecitazioni esterne da parte di adulti o educatori.

E andando più a fondo, grazie agli studi e alle ricerche più recenti, emergono diverse considerazioni.

  • IL GIOCO È MOVIMENTO E IL MOVIMENTO È ESPLORAZIONE

Attraverso il movimento e quindi il gioco, il bambino scopre sé stesso, prende coscienza del proprio corpo e impara a riconoscersi nello spazio. Costruisce così gradualmente il proprio schema corporeo e potenzia le capacità senso-motorie.

  • IL GIOCO È ESPLORAZIONE E L’ESPLORAZIONE È CONOSCENZA DI SÉ E DELL’AMBIENTE

Nel gioco, il bambino entra in relazione con l’ambiente circostante. Mentre si muove, sviluppa una rappresentazione sempre più complessa del mondo e di sé stesso. I bambini scoprono il mondo giocando, e questo consente loro non solo di apprendere ma anche di relazionarsi con gli altri e con il proprio ambiente.

  • IL GIOCO È NATURALE E NEL CONTESTO NATURALE C’È MAGGIORE EFFICACIA

Il gioco crea un ambiente protetto ma spontaneo, in cui il bambino può esprimere sé stesso, aprirsi e accedere più facilmente alle proprie risorse interiori. Per quanto sia un contesto “fittizio”, il gioco è naturalmente motivante, e proprio per questo alcuni approcci terapeutici mirati ai disturbi del neurosviluppo, come JASPER e gli interventi NDBI (Naturalistic Developmental Behavioral Interventions), scelgono di inserirsi in contesti di gioco.

Questi interventi terapeutici e di riabilitazione sfruttano la naturalezza del gioco per favorire l’apprendimento, l’interazione e lo sviluppo delle competenze, soprattutto nei bambini con autismo o altre condizioni legate ai disturbi del neurosviluppo. La spontaneità e la ripetitività dei giochi dei più piccoli sono infatti tratti comuni su cui si basano molte metodologie di intervento.

In questa immagine si elencano alcuni ruoloi del gioco per il bambino

Sul piano educativo poi, il gioco è uno strumento potentissimo.

  • IL GIOCO È RELAZIONE E LA RELAZIONE È COMUNICAZIONE

Attraverso il gioco, i bambini comunicano non solo con le parole, ma anche con il corpo, la mimica, la gestualità, lo sguardo e l’imitazione. Quest’ultima è fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza pre-verbale, ovvero gli schemi senso-motori che, inizialmente non coordinati, diventano col tempo basi per il linguaggio e per la socializzazione. All’interno di contesti di gruppo, questi processi evolvono in amicizie, interazioni, dinamiche relazionali e persino in primi conflitti, essenziali per imparare a stare con gli altri.

  • IL GIOCO È RISOLVERE PROBLEMI E RISOLVERE PROBLEMI È SVILUPPARE LE PROPRIE ABILITÀ COGNITIVE

Giocare significa mettere in campo le proprie abilità cognitive, trovare strategie, adattarsi alle regole, cogliere le opportunità offerte dall’ambiente. Questo stimola il sistema nervoso, lo rende più flessibile e ne amplia le potenzialità (a qualsiasi età).

  • IL GIOCO È EMOZIONE E L’EMOZIONE È AFFERMAZIONE DI SÉ

Come ricorda lo psicologo Lev Vygotsky, il gioco libero collettivo è il primo strumento con cui i bambini imparano a regolare le proprie emozioni e a gestire gli impulsi. Per giocare insieme servono ascolto, autocontrollo e rispetto: tutti aspetti fondamentali nella crescita. Più recentemente, anche le neuroscienze hanno sottolineato il valore del gioco nello sviluppo delle aree cerebrali deputate alla gestione di emozioni come paura e rabbia, fondamentali per affrontare situazioni di stress. Secondo un altro studioso, Peter Gray, non è un caso che le culture che lasciano maggiore libertà di gioco ai bambini siano anche quelle in cui si osservano livelli più elevati di autocontrollo nell’età adulta.

Il gioco nell’infanzia e nella fanciullezza

Il gioco, nella sua essenza più pura, è un’attività naturale, spontanea e centrale in tutta l’età dello sviluppo. Tuttavia, non è sempre uguale: cambia forma, funzione e significato a seconda dell’età, delle capacità individuali, degli interessi del bambino, del contesto culturale e delle diverse epoche storiche.

Con il passare degli anni, e attraversando le varie tappe dello sviluppo psicomotorio, il gioco si evolve, diventa via via più complesso, strutturato e ricco di sfumature emotive e cognitive. Crescendo, i bambini sperimentano modificazioni motorie, cognitive e delle autonomie personali, che influenzano il modo di giocare e le motivazioni che li spingono a farlo.

In ambito psicologico-clinico, si riconoscono sei modalità fondamentali di gioco, che spesso coesistono o si sovrappongono:

  1. Gioco esplorativo
  2. Gioco combinatorio
  3. Gioco causa-effetto
  4. Gioco funzionale
  5. Gioco simbolico/di finzione
  6. Gioco di ruolo

Queste forme evolvono in parallelo allo sviluppo neuropsicologico del bambino e costituiscono le basi su cui si fondano molti interventi terapeutici, inclusi quelli per i disturbi del neurosviluppo come l’autismo.

L'immagine elenca le diverse tipologie di gioco

Le tappe del gioco, dall’infanzia alla fanciullezza: gioco pre-simbolico, gioco senso-motorio, gioco « sociocentrico »

Nell’età della prima infanzia (18 mesi – 3 anni) l’attività di gioco è di tipo sensoriale: si parla di gioco pre-simbolico e gioco senso-motorio.
In questa fase, il bambino vive il gioco come esplorazione sensoriale e corporea. Le sue esperienze ludiche sono legate alla scoperta di oggetti, corpo e spazio, e si basano sugli schemi motori di base: gattonare, camminare, rotolare, strisciare, correre. La motricità è ancora grezza ma già sufficiente e funzionale per iniziare l’apprendimento dei movimenti e una crescente autonomia.

IL GIOCO PRE-SIMBOLICO
“Si riferisce gioco molto comune fra i bambini del « facciamo finta di »… implica un elevato coinvolgimento emotivo oltre che cognitivo, privilegiando le modalità espressive. Sviluppa il linguaggio corporeo e per essere efficace deve essere « libero », il meno struttura possibile. I contenuti più frequenti del gioco sono: la casa, i mezzi di trasporto i giochi di ruolo. Durante il gioco occorre che al bambino venga dato il più ampio spazio possibile di libertà per esprimersi a livello di registro simbolico (ovvero nella dimensione del « come se fossi », far finta … di mangiare, dare da mangiare alla mamma, al pupazzo, metterlo a letto che già si dovrebbe osservare prima dei 2 anni)"
Fonte: "Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento sportivo." Claudio Mantovani (a cura di). Roma: Edizioni SDS, CONI. 2016

IL GIOCO SENSO-MOTORIO
“Si riferisce alla tipologia di gioco che genera piacere nel bambino. Crea connessioni tra le sensazioni corporee e gli stati tonico-emozionali. È tipico del bambino che comincia a diventare padrone del movimento (a partire dai due anni), è caratterizzato da corse, salti, cadute, rotolamenti. Siamo in quella che Gesell definisce l’età dell’acrobata, che ben identifica la motricità di questa fase: il gioco senso-motorio è espresso attraverso esperienza di equilibrio-disequilibrio, tirare-spingere, movimenti dello spaziose, movimenti in rapporto all’oggetto.”

Fonte: "Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento sportivo." Claudio Mantovani (a cura di). Roma: Edizioni SDS, CONI. 2016

Nella seconda infanzia (3 – 5 anni) si palesa il gioco simbolico.
In questo periodo il bambino predilige un gioco individuale, ricco di immaginazione e fantasia, in linea con lo stile di pensiero tipico dell’età (animismo, finalismo, artificialismo). A livello motorio, si inizia a passare dalla semplice motricità di base a forme più articolate e combinate, anche se ancora poco precise. Il gioco assume la forma del celebre “facciamo finta che…”.

Durante la fanciullezza (5 – 11 anni) il gioco evolve verso il gioco sociocentrico.
La fanciullezza è considerata la “golden age” della motricità. I bambini vivono significativi cambiamenti morfologici e funzionali che li avvicinano a una maggiore padronanza corporea. È qui che si struttura la cosiddetta physical literacy, ovvero l’“alfabeto motorio” su cui si fonderanno le competenze motorie dell’adolescenza.

LA “GOLDEN AGE DELLA MOTRICITÀ”

  • 5–7 anni: periodo di “proceritas”

In questa fase la crescita rapida condiziona la motricità: si osservano scarsa coordinazione e una conoscenza ancora incompleta del proprio corpo. Il gioco simbolico persiste, così come una certa egocentricità nel modo di giocare. Il ruolo dell’educatore è fondamentale per proporre attività che stimolino la ristrutturazione dell’immagine corporea, aiutando i bambini a costruire una nuova percezione di sé

  • 8–11 anni: periodo di “turgor”

Inizia una fase di stabilizzazione fisica e di miglioramento delle abilità coordinative. I bambini mostrano una maggiore efficienza nei movimenti e diventano più interessati al gioco di gruppo, alle regole, alla competizione e al realismo. Il gioco assume tratti più concreti, mentre quello simbolico perde progressivamente di attrattiva. È il momento in cui si sviluppano in modo naturale i giochi cooperativi, i giochi sportivi, e le dinamiche di squadra.

Fonte: "Insegnare per allenare. Metodologia dell'insegnamento sportivo." Claudio Mantovani (a cura di). Roma: Edizioni SDS, CONI. 2016

L'immagine ricorda che il gioco si evolve lungo tutte le tappe di sviluppo del bambino

Gioco, infanzia, autismo: perché il gioco è fondamentale nei disturbi del neurosviluppo

Nel contesto dell’infanzia e dei disturbi del neurosviluppo, il gioco non è soltanto un momento di svago, ma può diventare un potente strumento terapeutico e un canale privilegiato per l’intervento riabilitativo. In particolare, per i bambini con disturbo dello spettro autistico il gioco rappresenta una sfida e un’importante opportunità di sviluppo.

Quali difficoltà nel gioco mostrano i bambini con autismo?

I bambini con autismo possono presentare interessi ristretti, comportamenti ripetitivi e difficoltà nell’approccio al gioco. In particolare, possono manifestare problemi legati a:

  • scelta dei giocattoli: possono preferire sempre gli stessi, ignorando altre possibilità;
  • comprensione del funzionamento del gioco: non sempre sanno cosa fare con i giochi o come utilizzarli in modo funzionale.
  • condivisione di idee e intenzioni: faticano a coinvolgere l’altro in attività condivise, rendendo difficile il gioco cooperativo o simbolico.

Queste difficoltà influiscono sull’esperienza ludica e possono limitare lo sviluppo di abilità fondamentali, soprattutto durante l’età dello sviluppo.

Il gioco è così importante per i bambini con autismo perché può essere considerato un abilitatore di competenze: è attraverso il gioco che i bambini apprendono, sperimentano, interagiscono e crescono. Utilizzare il gioco come strumento educativo e terapeutico ha senso – ed è efficace – al punto che alcuni modelli di intervento riabilitativo per l’autismo lo pongono al centro della terapia, come avviene negli approcci JASPER e NDBI.

In riferimento alle tappe del gioco precedentemente elencate, possiamo aggiungere che:

  • il gioco senso-motorio (18 mesi – 3 anni) non solo favorisce lo sviluppo dello schema corporeo, ma anche l'integrazione senso-motoria, fondamentale nei bambini con disturbi del neurosviluppo;
  • il gioco sociocentrico aiuta a consolidare abilità motorie complesse (coordinazione, equilibrio, reazione) che nei bambini con ASD possono essere ritardate o compromesse;
  • il gioco è anche movimento e il movimento è parte essenziale della crescita: attraverso le esperienze ludiche il bambino migliora le proprie abilità motorie, esplora lo spazio, sviluppa coordinazione, equilibrio e ritmo. Nei bambini con disturbo dello spettro autistico, questi aspetti possono risultare alterati o ritardati. Per questo è importante proporre attività di gioco che sostengono non solo la comunicazione e la relazione, ma anche lo sviluppo motorio globale, attraverso giochi di movimento, imitazione, percorsi motori semplici e attività di coordinazione.

L’OSTEOPATIA, UNA RISORSA UTILE PER I DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO

In un’ottica multidisciplinare, anche l’approccio osteopatico può essere una risorsa preziosa e funzionale al gioco. Il trattamento osteopatico infatti può aiutare a ridurre rigidità, tensioni o schemi posturali alterati, tipici di bambini con disturbi dello spettro autistico, creando un corpo più “pronto al gioco” e più recettivo agli stimoli dell’ambiente.

L'immagine ricorda che il gioco è vissuto dal bambino in modo serio e impegnato.

Giocare permette ai bambini con disturbi dello spettro autistico di sviluppare:

  • Abilità relazionali e comunicative - Attraverso il gioco, i bambini imparano a comunicare, a leggere le intenzioni dell’altro, a rispettare turni e regole, ad esprimere emozioni e a costruire relazioni sociali. Questi aspetti sono spesso compromessi nei disturbi dello spettro autistico, ma possono essere potenziati con attività ludiche strutturate o semi-strutturate.
  • Abilità cognitive e di problem solving - Il gioco stimola l’immaginazione, la flessibilità cognitiva e la capacità di risolvere problemi. Elementi che sono spesso ridotti nei bambini con disturbi dello spettro autistico, ma che possono essere allenati attraverso giochi simbolici o di costruzione.
  • Abilità motorie - Molti bambini con autismo presentano difficoltà nella coordinazione o nell’esecuzione motoria. Il gioco aiuta a consolidare schemi motori, migliorare la percezione corporea e la relazione con l’ambiente.
  • Abilità emotive e autoregolazione - Attraverso il gioco, il bambino può riconoscere, esprimere e regolare le proprie emozioni. Giocare con gli altri richiede ascolto, controllo degli impulsi, rispetto delle regole: tutte competenze emotive cruciali per un sano sviluppo.

Mind The Kids e gli interventi riabilitativi per la prima infanzia che valorizzano il gioco

In conclusione, il gioco non è solo svago, ma è il linguaggio naturale dell’infanzia, una via privilegiata che serve ai bambini per conoscere il mondo, costruire relazioni, affrontare difficoltà, crescere. È per tutti questi motivi che il Centro Mind The Kids ha scelto di specializzarsi in interventi naturalistici ed evolutivi che valorizzano il gioco come strumento riabilitativo significativo.

Considerata l’ottica multidisciplinare che caratterizza lo staff del Centro, Mind The Kids ha coinvolto anche altri professionisti del benessere fisico e del movimento (osteopati, preparatori motori) per lavorare su innovativi progetti legati al gioco. Fra questi vi è la collaborazione con la dott.ssa Giorgia Chiarello, insieme alla quale stiamo costruendo risorse utili per le famiglie.

Se ti interessa conoscere più da vicino i nostri professionisti o se vuoi maggiori informazioni sugli interventi erogati dalla nostra Cooperativa (come ESDM o JASPER), puoi contattarci oppure iscriverti alla newsletter per continuare a conoscere più da vicino il tema dell’analisi del comportamento applicata e i disturbi del neurosviluppo.


 Fonte delle immagini: pexels.com/it - Autori: Polesietoys, Cotton, Meruyert Gonullu, Vitaly Gariev, Pavel Danilyuk, Markus Spiske